Oggi voglio parlare un po’ più a fondo di una cosa che mi ha colpito in particolare: la completa ignoranza di tutti i coinvolti nelle discussioni televisive sull’università su quello che è la realtà europea. E quando dico tutti, dico tutti. E voglio fare questa digressione con un misto di fatti, dati, e esperienze più o meno dirette (conosco bene persone che hanno studiato in Austria, in Spagna, e nei paesi Scandinavi e io stesso ho avuto modo di confrontarmi con realtà universitarie Svizzere, anche se per motivi diversi dalla laurea).
Uno dei “difetti” che viene tirato (ed è stato tirato in questi giorni) sempre fuori per fare scena è quello che l’università italiana produce il più basso numero di laureati in Europa. Il che è vero, stando alle statistiche.
Fermo restando che sono il primo che auspica a un numero maggiore di laureati (di qualità però, non che abbiano solo il foglio di carta) e che sa benissimo che all’università c’è gente che “non fa”, il problema è che noi abbiamo un sistema universitario profondamente diverso da quello medio europeo, e quindi questo paragone è parecchio azzardato.
Vediamo perché.
Carico di studio
Innanzitutto in Italia è tradizione che all’università si debba studiare tanto, tantissimo. I programmi di studio sono nettamente più lunghi e la quantità di libri da studiare per un esame è tale che fuori dall’Italia non se l’immaginano nemmeno. Quando l’ho raccontato a un professore dell’ETH (insieme con le modalità d’esame) gli stava venendo una mossa. E non sono mica gli ultimi arrivati.
È anche per questo che, checché se ne dica, in tutto il mondo (specie in quello della ricerca) un laureato italiano è ritenuto un bocconcino appetitoso, perché il nostro modello di preparazione è noto e risaputamente più “duro” e con una forma mentis molto più elastica e malleabile.
Questa bella caratteristica fa anche sì che determinati corsi di laurea in determinate università siano durissimi da terminare secondo i termini previsti.
Strumenti e servizi
Gli strumenti e i servizi (laboratori, biblioteche, etc.) a disposizione dei ragazzi non sono tanti (in proporzione agli studenti) e nemmeno di ottimo livello (salvo le immancabili eccezioni), e in alcune circostanze (vedi la seppur ottima e famosa Università degli studi di Napoli “L’Orientale”) addirittura inqualificabili.
Siamo dunque costretti a sommare al tempo dedicato allo studio e ai corsi, un tempo di “battaglia” come piace chiamarlo a me, fatto di ore interminabili in segreteria, caccia a libri introvabili, ricerca di posti in laboratorio, capire quando effettivamente un laboratorio è aperto, trovare un professore, etc.
Un problema che non sussiste per i ragazzi tedeschi, svizzeri, francesi, inglesi, etc. che sono nati in paesi dove di soldi nelle università ce ne sono tanti e sono spesi bene.
Modalità d’esame
In Europa è ormai diffusa la modalità d’esame “all’americana”, ovvero quiz a risposta multipla. Da noi questa moda stenta fortemente ad attecchire (ringraziando il cielo). Secondo la mia esperienza, è ancora largamente diffusa la modalità dello “scritto+orale”, con l’orale ritenuto un must nel 99% dei casi. Senza contare che, per esperienza personale, esami che contemplano la prova di laboratorio hanno un iter di valutazione interminabile: scritto + orale per la parte “teorica”, poi “scritto+orale+prova pratica” per la parte di “laboratorio”.
Laureati e LAUREATI
Iniziamo ad entrare nella parte interessante. Prima di proseguire, però, voglio fissare un paio di definizioni, perché voglio esprimermi con termini universali. Parlerò infatti di Bachelor degree o semplicemente Bachelor per riferirmi alla nostra “Laurea triennale” e ai titoli equivalenti in Europa e in tutto il mondo. Si parlerà invece di Master degree o semplicemente Master per identificare la nostra “Laurea magistrale” o “Laurea specialistica” o “Laurea quinquennale vecchio ordinamento” (e altri titoli globalmente equivalenti).
Ciò detto, è importante sottolineare che in paesi come la Gran Bretagna, ad esempio, un gran numero di laureati possiede in realtà un Bachelor, ovvero chi intende laurearsi per “andare a lavorare” spesso e volentieri si ferma al Bachelor.
Essendo il modello “3+2″ presente e affermato da molto più tempo, è chiaro che il loro tasso di laureati è potuto crescere più velocemente.
Il dietro le quinte
Questa è la parte veramente interessante. In Italia, così come in altri paesi, le università sono le uniche a poter conferire i titoli accademici di Bachelor degree e Master degree (a anche il Doctorate degree, ma in questa discussione non ci interessa).
Ma questa non è la regola. In paesi come Austria, Germania, Svizzera e Liechtenstein esiste la Fachhochschule, mentre in Finlandia esiste la Ammattikorkeakoulu. In Svezia abbiamo la Högskola, in Olanda Hogeschool.
Anche in Cina esistono questo tipo di “scuole” che a livello mondiale vengono identificate tutte col nome di Universities of Applied Sciences o Vocational universities.
Col processo di Bologna è stato decretato che questi istituti (o meglio la stragrande maggioranza di essi che rispettava determinati requisiti) possono conferire titoli equipollenti ai Bachelor e ai Master (non possono conferire invece i Doctorate, riservati alle “vere” università).
La differenza sostanziale di questi istituti con una classica università è che il carico di studio è nettamente inferiore (a quello già inferiore delle loro università rispetto alle nostre), a favore di una predilezione per l’attività pratico-formativa che formi persone esperte nel campo.
L’intento è di formare figure professionalmente preparate e con una cultura di livello quasi-accademico circostanziata al proprio campo, al fine di avere mediamente persone abili nell’applicazione pratica che abbiamo comunque una capacità di “evoluzione sul campo” superiore a una persona “che non ha studiato”.
Ciononostante sono altrettanto chiare altre questioni:
- è alquanto assurdo equiparare i titoli di uno e dell’altro tipo di istituto;
- è sicuramente più facile terminare gli “studi/lavori” nei termini previsti;
- è naturale che il numero di “laureati” salga, poiché buona parte delle persone che da noi non sceglierebbero di frequentare l’università classica, in paesi come quelli sopra citati hanno a disposizione questa appetibile alternativa.
Conclusioni
È abbastanza chiaro dunque la situazione universitaria italiana è sostanzialmente differente da quella del resto di Europa, come è facilmente verificabile che tra i paesi col più alto tasso di laureati ci sono sicuramente quei paesi che si avvalgono delle Vocational Universities.
Questo non toglie che il numero di laureati deve aumentare, preservando ovviamente lo stato “pubblico” dell’istruzione, che è un diritto sacrosanto e inviolabile, e che per lo più non può essere messo sotto il controllo del denaro privato.
A mio avviso si può migliorare correggendo quei problemi che tutti vedono ma che nessuno vuole correggere veramente: baronie, fondi poveri alla ricerca, cattiva spesa dei soldi. Con un sistema più snello nelle carriere e basato sulla meritocrazia (niente più concorsi pubblici, come fanno ovunque), una maggiore ricerca, e dei soldi spesi bene in servizi, strutture e strumentazioni, si farebbe già un bel balzo in avanti.
Se pensiamo, poi, che si potrebbe ridurre il numero di anni di scuola superiore (senza variare i programmi, visto che è ridicolo il carico di studio di uno studente delle superiori oggigiorno), si potrebbe anche far sì che i ragazzi inizino prima l’università, con ovvi vantaggi.








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Questo articolo mi fa pensare che uno dei motivi addotti dall’attuale governo per perpetrare quello che stanno facendo alla scuola e l’universita’, sia affermare che “l’Universita’ Italiana e’ inefficiente (non produce abbastanza laureati) e quindi va cambiata”. Dico bene?
E secondo me facilmente si trovano IGNORANTONI che NON HANNO MAI MESSO PIEDE in una UNI, usare questo argomento quando si discute di Politica. Dico ancora bene?
Cmq, quanto dici e’ perfettamente vero. Concordo adesso ancora di piu’ che ho potuto comparare la mia preparazione da “semplice” Bachelor con i Bachelor, i Master e i PhD di qui (UK): non sono scemi, sicuramente, ma si vede che la preparazione e’ votata SOLO alla pura accademia.
La questione del numero di laureati è una questione minore nei discorsi relativi alle leggi 133 e 137.
È però un discorso che viene spesso messo in mezzo quando si elencano i problemi dell’università italiana. E viene sempre affrontato male, da tutti.
Cmq il fattore di cui ero all’oscuro fino a poco tempo e che ritengo quello più interessante è quello delle Vocational Universities. Che aumenta di interesse se si pensa che in quegli stessi paesi sono presenti anche le Vocational schools. Ovvero, anche per i titoli di “scuola superiore” esiste il medesimo principio.