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Articoli dalla categoria ‘Napoli’

1
set

Un’americana a Napoli

Ho scoperto di recente l’esistenza di Napoli Unplugged, un portale in lingua inglese, con annesso blog e fotoblog,1 che si occupa di promuovere la città di Napoli a turisti o chiunque altro semplicemente interessato e capace di comprendere l’Inglese.

Napoli Unplugged nasce da un’idea di Bonnie Alberts, statunitense trapiantata a Napoli, di recente anche “fan” della nostra pagina su Facebook.

Una foto della Riviera di Chiaia, estratta dal fotoblog di Napoli Unplugged.

Una foto della Riviera di Chiaia, estratta dal fotoblog di Napoli Unplugged.

Bonnie ha recentemente rilasciato un’intervista su Italy Magazine. Ho trovato le sue parole emozionanti e illuminanti al tempo stesso. È un esempio e uno schiaffo morale per i milioni di Italiani che canzonano o addirittura odiano Napoli, così come per quella informazione e quella cronaca che sanno sguazzare solo e unicamente nei problemi che pur esistono in questa città. Mi son dunque chiesto: «Quanto diversa sarebbe la percezione della mia città se già soltanto ci fosse qualcuno in TV o sui giornali che parli di Napoli così come fanno Bonnie e il suo progetto Napoli Unplugged? E quanto questo aiuterebbe la città stessa?». Una domanda retorica che non fa altro che ribadire l’obiettivo, da sempre perseguito dall’Italia, di screditamento, umiliazione ed educazione alla minorità2 del Sud Italia, Napoli in testa.

Ho dunque deciso di tradurre la parte di intervista dove Bonnie si lascia andare al suo amore per la città, per condividere con voi tutti la visione e il giudizio che un’americana a Napoli può avere della nostra città.

Bonnie, di dove sei originariamente?
Sono cresciuta nella regione Jersey Shore (e già sento le risatine!). Non ho mai visto l’omonimo programma televisivo, pertanto non so quanto bene il posto dove sono cresciuta venga rappresentato. Ma posso dire che, in diversi modi, crescere lì mi ha preparata alla mia vita a Napoli.
I quartieri di Napoli mi ricordano i quartieri della classe operaia sulla costa quando ero giovane. Quei posti erano popolari tra gli Italiani, specialmente tra gli immigrati Napoletani. È curioso come il mio primo vero lavoro fu un posto da cameriera in un ristorante gestito da Napoletani. Ho adorato lavorare lì e fui catturata dallo stile di vita Napoletano, ma mai avrei immaginato che un giorno avrei vissuto nella vera Napoli!

Conoscevi Napoli prima di sistemartici? e perché ti sei trasferita lì?
Ero stata a Napoli soltanto due volte prima di venirci ad abitare, ma mio marito aveva vissuto a Napoli negli anni ’70 e vi era tornato più volte nel corso degli anni. Il suo sogno era di vivere a Napoli, così quando gli venne offerto un lavoro qui, afferrammo l’occasione a volo. Entrambi amiamo la vita della città e lo stile di vita europeo, e dopo quasi 14 anni nella periferia della Virginia del Nord, eravamo decisamente pronti per un cambiamento.

Puoi dirci qualcosa riguardo l’aerea in cui vivi?
Io vivo in uno dei distretti ovest della città, il quartiere Posillipo, una delle zone più pittoresche della città. È costruito sulla collina che porta lo stesso nome e che si prolunga lungo il Golfo di Napoli da Mergellina fino a Capo Posillipo, dove c’è un parco stupendo, il Parco Virgiliano. Il nome Posillipo deriva dal greco «Pausilypon», che tradotto significa «che fa cessare il dolore». Uno sguardo da Posillipo alla vista del Golfo, del Vesuvio, la Penisola Sorrentina e Capri, e capirete il perché del nome. Il quartiere in sé è molto più nuovo del centro storico, e infatti venne accorpato alla città soltanto nel 1925.3 Ma durante l’epoca romana era residenza estiva e vi si possono trovare molte rovine importanti di quell’epoca, così come tante ville aristocratiche che furono costruite tra il 600 e l’800.

Cosa ti piace di più della vita quotidiana a Napoli? C’è qualcosa che ti fa impazzire?
Ciò che preferisco della vita quotidiana qui è esattamente questo: la vita quotidiana, la routine e il ritmo della mia giornata in una città che sembra essere perennemente nel caos. In realtà, le persone qui vivono una vita molto strutturata e, a un certo punto, nonostante mi ribellassi, anche io ho ceduto alla routine. La parte della giornata che preferisco è la spesa quotidiana. Non solo posso acquistare frutta, verdura, frutti di mare, carne, pasta e formaggi, tutto freschissimo, da cucinare il giorno stesso, ma, cosa più importante, è la mia «ora sociale». Tutti i negozi nella mia area sono a conduzione familiare, pertanto la spesa è un evento sociale. È il momento in cui incontro gli amici e il vicinato, chiacchierando delle ultime notizie e gossip.

Quali sono i luoghi che preferisci in città?
Adoro quasi ogni angolo di questa città, ma certamente il centro storico4 è il mio preferito. I vicoli stretti che puoi vedere oggi nel centro storico sono il risultato di uno schema di strade a griglia improntato dai Greci nel V secolo A. C. Con pochissimo spazio negli interni, la vita sprizza fuori nelle strade che diventano vive con suoni, odori e immagini di vita Napoletana. Gli uni dopo gli altri, antiche chiese e palazzi dalla facciate in decadenza si aprono e rivelano spettacolari interni. E sotto le strade giace un mondo parallelo di acquedotti, canali, caverne e catacombe, per non parlare dei resti della Neapolis Greco-Romana.

E il tuo piatto Napoletano preferito?
Col cibo Napoletano vado a periodi. Quando sono arrivata adoravo la mozzarella di bufala, l’insalata caprese e cozze fresche di mare condite solo con limone. Ne ho mangiate così tante nei primi due anni che ora le mangio soltanto nel mio piatto preferito in assoluto: pasta e fagioli con le cozze. Un piatto cremoso e ricco, fatto con fagioli cannellini, pancetta e pasta mista. Di recente adoro anche le melanzane. All’inizio non le consideravo molto, ma ora non ne ho mai abbastanza. La sera scorsa ho assaggiato un piatto fantastico chiamato «Panciotti con melanzana e provola», una pasta simile ai ravioli ripieni con melanzane e provola, ricoperta di una salsa di pomodori del Vesuvio.5

Cosa dovrebbe visitare una persona con a disposizione solo cinque ore?
Se avete solo cinque ore, il centro storico è d’obbligo. Passeggiando dal Duomo verso Piazza del Gesù, si può osservare una delle parti più vitali della città, e si possono trovare negozi, bar, trattorie, e tavole calde. Lungo il percorso, potete visitare, appunto, il Duomo, la Cattedrale Gotica del XIII secolo che si erge sul sito di un tempio pagano ad Apollo, e che incorpora la prima cattedrale della città: la Basilica di Santa Restituta, fatta costruire nel V secolo dall’imperatore Costantino. La successiva tappa potrebbe essere le Sette opere di Misericordia, opera di Caravaggio al Pio Monte della Misericordia. O ancora esplorare le rovine greco-romane sotto la basilica di San Lorenzo Maggiore. Comprare un presepe a San Gregorio Armeno. Ammirare il Cristo Velato nella Cappella Sansevero. Vedere il più bel chiostro di Napoli e un complesso termale romano visitando il Complesso Monumentale dei Santa Chiara. Infine, vedere la chiesa del Gesù Nuovo. E se vi resta tempo, dirigetevi verso il mare e pranzate al Borgo Marinari!

31
ago

Virgiliano e Virgiliamo!

Il Parco Virgiliano (fin troppo spesso confuso col Parco Vergiliano a Piedigrotta) è uno dei posti più belli di Napoli. Conosciuto anche come Parco della Rimembranza, specialmente dalle generazioni più anziane, permette una visione panoramica unica della città, con tutti gli elementi del golfo di Napoli altrimenti impossibili da vedere in altri punti panoramici.

Una stradina interna al Parco Virgiliano

Questo articolo è per fare eco al lavoro di un amico, che ha messo su due siti: Virgiliano.it e Virgiliamo.it. Il primo è un progetto dedicato a costruire “collaborativamente” un sito sul Parco Virgiliano. Se vi va di collaborare andate sul wiki e fate la vostra parte. Il secondo sito è invece il social network del Virgiliano, che potete usare se volete coordinare il vostro contributo prima di partecipare, o semplicemente entrare in contatto con altri frequentatori del parco. È possibile anche entrare con un account Facebook e collegare Virgiliamo a Facebook facendo il login da questa pagina.

Infine, per qualche dettaglio tecnico in più, potete leggere quest’articolo dell’ideatore di questi progetti.

E ora, forza, avanti con le collaborazioni! E fate girare la voce!

19
ago

Ammuina!

Ammuina1 è forse una delle parole Napoletane più conosciute fuori da Napoli. Miti e leggende si sono avvicendati nel tentativo di spiegare l’origine di questa parola. Il più famoso è di certo il mito legato al presunto ordine «Facite ammuina!» che avrebbe fatto parte del regolamento della Real Marina del Regno delle Due Sicilie.

Facite ammuina!

Sebbene si trovino addirittura immagini come quella sopra, si tratta in realtà di un falso storico,2 quell’ordine non ha mai fatto parte del regolamento ufficiale della marina borbonica.

Sembrerebbe però che facite ammuina sia comunque in relazione con un altro fatto storico, risalente però al periodo post-unitario: un ufficiale napoletano, Federico Cafiero, passato dalla parte dei piemontesi già durante l’invasione del Regno delle Due Sicilie,3 venne sorpreso a dormire a bordo della sua nave insieme al suo equipaggio e messo agli arresti, in quanto responsabile dell’indisciplina a bordo. Una volta scontata la pena, l’indisciplinato ufficiale venne rimesso al comando della sua nave dove pensò bene di istruire il proprio equipaggio a fare ammuina (ovvero il maggior rumore e confusione possibile) nel caso in cui si fosse ripresentato un ufficiale superiore, con lo scopo di essere avvertito e contemporaneamente dimostrare l’operosità dell’equipaggio.

Sì, ma l’etimo?

Tutto questo, però, non svela l’origine della parola in sé. Ammuina. Da dove vien fuori? Be’, finalmente, dopo anni, ho scoperto l’origine etimologica! Ammuina deriva dal catalano amoinar, che come aggettivo significa infastidito, mentre come verbo vuol dire preoccuparsi.

  • 1  Napoletano per chiasso, baccano.
  • 2  R. M. Selvaggi. «Facite ammuina un falso». Il Mattino, 15 aprile 1995 (via Wikipedia).
  • 3  E pertanto traditore, aggiungo io.

11
ago

A Napoli non sanno guidare

Questa è un’altra di quelle cose con cui ormai c’hanno marchiato a vita. Napoli è una giunga automobilistica selvaggia. Non voglio certo dire che è tutto falso e che a Napoli si segue il codice della strada alla lettera. Di certo, le regole sono state un tantino piegate.1 Ma dire che a Napoli non si sa guidare,2 o che è la città a più alto rischio incidenti, non solo è esagerato, ma addirittura falso. Dati alla mano.

Classifica ISTAT incidenti stradali

Visto che i dati ISTAT sugli incidenti sono pubblici, così come i dati ISTAT demografici e altri rapporti, mi son preso la briga di fare quello che l’informazione massonica Italiana non fa: andarli a recuperare per voi. I più recenti dati ISTAT sugli incidenti sono stati pubblicati il 2009 e sono relativi all’anno precedente. Allo stesso modo, i dati sulla densità di autovetture e motocicli nel 2008 possono essere trovati nel VI rapporto annuale ISPRA sulla qualità dell’ambiente urbano, pubblicato nel 2009. Infine i dati demografici aggiornati al 1 Gennaio 2009 (e quindi riferenti a tutto il 2008) possono essere ricavati dal sito demo.istat.it.

Per ragioni di brevità e semplicità, tratterò soltanto quelli che l’ISTAT chiama i grandi comuni: Bari, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino, Trieste, Venezia, Verona.

Osservando i dati e tenendo conto esclusivamente del numero di incidenti, è già possibile vedere come Napoli non sia affatto la città con più incidenti. Se consideriamo i comuni di queste città senza le loro province annesse, Napoli (con 2793 incidenti) si classifica “soltanto” sesta, mentre la classifica è guidata da Roma (18181), Milano (13584) e Genova (4635). Assimilando anche le relative province, la classifica muta, con Napoli al quarto posto (con 6064 incidenti) e le prime tre posizioni occupate da Milano (23894), Roma (22636) e Torino (6732).

Tassi di incidenti stradali

Tuttavia, considerare esclusivamente il numero dei sinistri non fornisce alcuna informazione sul tasso di incidenti in rapporto ad altri parametri, e quindi sull’effettiva gravità della situazione. Infatti, la probabilità di fare incidenti non può essere assolutamente indipendente dal numero di abitanti, o ancora dal numero di veicoli presenti in una città o in una provincia. Come dire che se Ogliastra facesse un numero di incidenti pari a quello di Milano, mi verrebbe il dubbio che i residenti abbiano iniziato a giocare all’autoscontro.

Classifica incidenti

Napoli, con annessa provincia, ultima nella classifica incidenti 2008 (ordinata per numero di incidenti ogni 1000 veicoli)

Ergo, un’informazione sicuramente utile ci può essere data dal numero di incidenti per persona e per veicolo. A questo scopo, come già detto, ho recuperato i dati demografici ISTAT, la densità di veicoli dal rapporto ISPRA, e ho combinato il tutto3 con i summenzionati dati ISTAT sugli incidenti, sia per i comuni che per le province. Quel che vien fuori è l’apoteosi del fallimento nel tentare di affibbiare a Napoli il titolo di città a maggior rischio incidenti. Difatti, sia per comune che per provincia, il numero di incidenti per persona, così come il numero di incidenti per veicolo, vede Napoli piazzarsi ultima in classifica. Appena 2.9 incidenti ogni 1000 persone e 4.3 incidenti ogni 1000 veicoli nel comune di Napoli. Per avere un’idea dell’entità ridotta di questi numeri, basti pensare che la capolista per quanto riguarda i comuni è Milano con 10.5 incidenti ogni 1000 persone e 14.9 incidenti ogni 1000 veicoli. Se volete, potete continuare a leggere i dati.

Qualche commento

I numeri sono fondamentali quando si tratta di argomentare certe cose, ma per quanto mi riguarda non era poi necessario ricorrervi, quando persino guardando i pessimi telegiornali italiani ci si accorge che il maggior numero di incidenti avviene a nord del quarantunesimo parallelo. Specie quelli dove i protagonisti sono i “pirati” che non si fermano alle strisce e spazzano via bambini, vecchi o intere famiglie. Difatti, anche nel rapporto ISPRA si legge di Roma con 2196 pedoni coinvolti negli incidenti stradali del 2007, seguita da Milano con 1929. Napoli al sesto posto, con “soli” 508.

Ciononostante, però, quelli che non si fermano alle strisce siamo noi napoletani, vero?

Per carità, non che ci si fermi sempre. A dirla tutta, le strisce, soprattutto in provincia, spesso nemmeno ci sono, probabilmente anche quelle considerate spesa straordinaria al Sud, così come le scuole e le fogne. È però doveroso dire che a Napoli è spesso possibile attraversare in qualunque punto della strada, strisce o meno, proprio sulla base di quelle regole “piegate” alle quali accennavo all’inizio.4

Conclusioni

Be’, la più ovvia è che, dato il basso tasso di incidenti in un contesto dove il codice della strada non è, come dire, applicato alla lettera, i Napoletani sono i migliori automobilisti d’Italia :-)

Tornando seri, la prima conclusione è che per l’ennesima volta Napoli, come spesso il resto del Sud, è vittima di un’informazione massonica devota a trasmettere un’immagine del meridione completamente sfalsata, col decisamente ben raggiunto obiettivo di convincere il settentrione tutto che, in fondo in fondo, noi un tantino “selvaggi” lo siamo.

L’altra conclusione, che posso trarre direttamente dalla mia esperienza personale, è che nonostante il basso tasso di incidenti, i Napoletani devono certamente cercare di modificare il loro stile di guida, fosse solo per rendere la vita meno stressante a tutti gli automobilisti.

Ultima, ma più importante, è che, per parafrasare Zulu in Nell’era della confusione semiotica, le persone non dovrebbero parlare di fatti di cui non sono a conoscenza. Luoghi comuni, stereotipi, e quant’altro non vi abilitano a sputare sentenze. Siccome molti di voi a Napoli manco ci mettono piede, state zitti.

  • 1  Il che rende in diverse occasioni il traffico più scorrevole, ma non certo quando si esagera. Andrebbe ad ogni modo sfatata una seria abbastanza lunga di luoghi comuni, a partire da «A Napoli si passa col rosso, e ci si ferma col verde», che è una cavolata folcloristica. La maggior parte dei semafori viene rispettata regolarmente, fatta eccezione, è vero, per pochi semafori catalogati come “minori”, il cui criterio di identificazione non è però oggetto di questo articolo, così come il resto dei luoghi comuni.
  • 2  Nota bene: tra il digitare questa virgola e lo scrivere tutto ciò che c’è dopo sono passati almeno un paio di minuti, durante i quali il sottoscritto è stato impegnato in una risata convulsa dovuta all’assurdità apocalittica dell’affermazione appena precedente la stessa virgola e che sono stato costretto a ripetere per dovere di cronaca.
  • 3  Suggerisco di passare alla visualizzazione “Lista” che permette di ordinare per colonna i dati.
  • 4  Ora che vivo a Londra, rischio di finire sotto un auto più spesso di prima, visto che la precedenza al pedone che esiste in tutta Europa, qui non c’è. Solo ed esclusivamente sulle strisce. E mi raccomando che i lampioncini gialli lampeggino, altrimenti nemmeno lì siete al sicuro.

3
ago

Roghi tossici? Querele collettive!

C’è chi (a nord?) taccia i meridionali di omertà, collusione, indifferenza e strafottenza. La verità è che i veri omertosi sono i governi che si succedono negli anni e le istituzioni locali, che insieme latitano pur essendo a conoscenza di tutto. Di esempi da fare ce ne sarebbero, ma questo articolo è dedicato a un gruppo di ragazzi del Napoletano e dintorni, al quale vanno la mia stima, il mio supporto, e il mio rispetto.

La Terra dei Fuochi

La Terra dei Fuochi



Sono La Terra dei Fuochi1 e si tratta di ragazzi che denunciano costantemente ogni singolo rogo di rifiuti tossici. Filmano, identificano, allertano polizia, vigili del fuoco, cercano di sensibilizzare. Urlano per farsi sentire da chi dovrebbe salvaguardare la loro società.

Ma da soli non sono abbastanza, perché, lo sappiamo, la lotta non finisce nel momento in cui denunci. Piuttosto, in quel momento diventa più ardua. Sensibilizzare le istituzioni, o anche solo riuscire a far arrivare le forze dell’ordine in tempo sul luogo dei fatti sembra impresa ben più ardua del placare gli incendi stessi. Forse perfino più ardua della stessa bonifica di queste zone. Bonifiche, anch’esse, dimenticate da chi dovrebbe occuparsene.

Ecco perché da oggi, per urlare più forte, è possibile fare querele collettive. Qui potete leggere il comunicato stampa emanato da La Terra dei Fuochi, dove trovate anche le istruzioni dettagliate di come effettuare le querele.

Mi raccomando, non esitate a collaborare. È della vostra terra che si parla, e ve la stanno distruggendo sotto gli occhi giorno dopo giorno!

19
lug

L’Italia è un paese fondato sul sangue dei meridionali

Il titolo e lo spunto di questo articolo nascono dalla dichiarazione di Salvatore Borsellino: «L’Italia è una Repubblica fondata sul sangue delle stragi».

D’accordissimo. Ma ciò mi ricorda anche che, prima ancora, l’Italia è un paese nato dal sangue dei meridionali:

Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni. E cancellarono per sempre molti paesi, in operazioni “anti-terrorismo”, come i marines in Iraq. Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero libertà di stupro sulle donne meridionali, come nei Balcani, durante il conflitto etnico; o come i marocchini delle truppe francesi, in Ciociaria, nell’invasione, da Sud, per redimere l’Italia dal fascismo (ogni volta che viene liberato, il Mezzogiorno ci rimette qualcosa). Ignoravo che, in nome dell’Unità nazionale, i fratelli d’Italia ebbero pure diritto di saccheggio delle città meridionali, come i Lanzichenecchi a Roma.
E che praticarono la tortura, come i marines ad Abu Ghraib, i francesi in Algeria, Pinochet in Cile. Non sapevo che in Parlamento, a Torino, un deputato ex garibaldino paragonò la ferocia e le stragi piemontesi al Sud a quelle di «Tamerlano, Gengis Khan e Attila». Un altro preferì tacere «rivelazioni di cui l’Europa potrebbe inorridire». E Garibaldi parlò di «cose da cloaca».


Terroni

Terroni, di Pino Aprile

Questo in realtà non è un vero e proprio articolo. Piuttosto, è la segnalazione, che avrei sempre voluto fare su questo blog ma non ho mai fatto finora, del libro di Pino Aprile, Terroni.

Il testo che ho citato sopra è difatti estratto dal primo capitolo di questo libro, che potete continuare a leggere qui.

È un libro che mi ha introdotto a quella che è la realtà sulla questione meridionale e sul meridionalismo. Un libro che, con un tono incalzante, appassionato, e mai noioso, vi accompagna attraverso i meandri oscuri di quella che è la storia dell’Unità del nostro paese. E non solo, poiché non si ferma a ciò che accadde 150-140 anni fa. Ma continua, spiegando scelte politiche (e non) fatte negli ultimi 150 anni, troppo spesso votate a mettere in scacco il meridione. Una storia che, a mio avviso, aiuta anche a capire perché oggi abbiamo una «una Repubblica fondata sul sangue delle stragi».

È, per me, il miglior primo passo che si possa compiere per avvicinarsi a questi temi; da qui in poi, sarà difficile smettere di volerne sapere di più, ancora più difficile smettere di leggere, cercare, e studiare.

Ed è di certo il libro che ha determinato un cambio, o meglio, un arricchimento, delle tematiche trattate da questo sito.

Un libro che ogni Italiano dovrebbe leggere, ancor più vero se si è del Sud. Non per dividersi, ma forse, per la prima volta in 150 anni, per tentare di unire questo popolo eternamente diviso per mille motivi, a volte mai del tutto chiari. E, anche, per iniziare un percorso che dia a questa nazione una politica equa nei confronti di tutte le regioni, che non sia più quella politica che ha tolto risorse, ricchezze e speranze a metà del paese.

11
lug

Video

5
lug

Spesa pubblica: eredità Savoiarda

Si legge oggi che a Palazzo Chigi spendono circa 350 milioni di euro l’anno. In perfetto stile con l’atteggiamento Savoia, che per mantenere alto lo standard di “capitale europea” di Torino, tartassavano i sudditi (specialmente la Sardegna, quando questa venne annessa).

Sarebbe decisamente convenuto ereditare l’atteggiamento di Ferdinando II, che tra le riforme varate in campo finanziario nel suo regno incluse una riduzione della pressione fiscale grazie anche alla diminuzione delle spese di corte.

5
lug

Origine del debito pubblico Italiano

Mentre Tremonti attacca il Sud per sprechi di denaro (e mentre il sottoscritto si ritaglia più tempo per scrivere un articolo su come negli ultimi 150 anni il 95% del denaro per scopi ordinari non è mai arrivato al Sud, e parte del resto è stato fatto rimbalzare da Sud a Nord, persino tramite la famosa CASMEZ), vi voglio giusto rammentare dove e quando nacque il buco enorme che poi ci siam portati dietro fino ad oggi.

Debito Pubblico Regno d'Italia

L’Unità d’Italia e la spoliazione delle ricchezze del Regno delle Due Sicilie da parte dei Savoia a favore della parte settentrionale del paese diedero origine, a partire dal 1870, alla famosa questione meridionale. Prima dell’Unità d’Italia infatti, mentre il bilancio del Regno delle Due Sicilie era in attivo pur avendo una “spesa sociale” non indifferente, lo Stato dei Savoia invece aveva un ingente debito pubblico1 che poi divenne la base del debito pubblico italiano.2 Secondo gli studi storici di Francesco Nitti, infatti, il Regno delle Due Sicilie possedeva un patrimonio di 443,2 milioni di lire oro, seguito dal Granducato di Toscana con 84,2 e Romagna, Marche e Umbria con 55,3 mentre il Regno di Sardegna amministrato da Cavour ne aveva solo 27 milioni.3

È giusto chiedersi,4 a questo punto, a quanto ammontasse effettivamente il debito sabaudo, se neanche annettendo lo stato più ricco della penisola riuscirono a colmarlo. Ebbene, secondo i rapporti di Savarese,5 il debito del Piemonte, a tutto il 1847 ammontava a soli 168.530.000 lire oro; in seguito, però, aumentò vertiginosamente, e a tutto il 1859 salì a 1.121.430.000, ben più dei 670 milioni circa a cui ammontava la ricchezza complessiva di tutti gli stati che andarono a formare l’Italia Unita (di cui, ricordiamo, l’oltre 66% era nel regno Borbonico).

C’è inoltre una nota curiosa sul debito del Piemonte, che crebbe sì di 952,9 milioni di lire dal 1848 al 1859, ma le spese legittimamente dichiarate assommarono a “soli” 495,9 milioni. Dal 1855 al 1859 non furono più presentati i bilanci per l’approvazione di legge. L’opinione di Savarese è che questi «contengono spese ingiustificabili, ovvero spese tali, che un ministro non oserebbe confessare al cospetto del parlamento».

  • 1  A tale debito pubblico contribuì anche l’abolizione del feudalesimo nel 1838 a seguito del quale ex duchi, conti e marchesi furono compensati con un singolare indennizzo: rendite garantite da obbligazioni di Stato (quindi debito pubblico).
  • 2  Denis Mack Smith, Storia d’Italia dal 1861 al 1997, Bari, Laterza, 1998. ISBN 88-420-5345-7
  • 3  Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861), Firenze, 1997, p.2
  • 4  Questo paragrafo è stato aggiunto il 6 Luglio 2010
  • 5  Giacomo Savarese, Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860, Napoli – tipografia Gaetano Cardamone – 1862

22
feb

L’ignoranza degli intellettuali e la “questione meridionale”

È con piacere che faccio girare questo video realizzato da Angelo Forgione, in risposta, seppur dopo diverso tempo, ma in un certo senso mai in ritardo, alle scandalose parole che Giorgio Bocca pronunciò a “Che tempo che fa”, nel 2008.

Clicca sull'immagine per visualizzare il video

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Il video unisce sapientemente una serie di spezzoni che mirano in primis a contraddire le assurde parole di Giorgio Bocca (così come i vergognosi applausi che la platea vi rivolse), e poi, in secondo luogo, a ricordare un po’ a tutti alcune sacrosante verità, come i primati di Napoli e il Regno delle due Sicilie, o i retroscena dell’unità d’Italia che i libri di storia a scuola non ci raccontano:

Quando nel 1861, Garibaldi sbarcava in Sicilia, la camorra ne approfittò per togliere l’appoggio ai Borboni, la dinastia regnante, ed appoggiare quella sabauda, di lì a poco padrona della penisola. La “ricompensa” di questo cambio di rotta nella politica camorristica è saldata dal ministro dell’interno Liborio Romano, che lascerà il controllo di Napoli alla camorra durante la fase di transizione del regno, al fine di evitare possibili rivoluzioni incoraggiate dai Borboni in esilio [continua]

29
gen

Il “Real Teatro di San Carlo” riapre

Era il 12 Gennaio 1817, alla seconda inaugurazione del “Real Teatro di San Carlo”, quando Stendhal disse:

«Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. [...] Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea»

Real Teatro di San Carlo

Lo scorso 27 Gennaio 2010, il teatro riapre dopo due anni di ristrutturazione, costati 65 milioni di euro, che gli ha conferito di nuovo la medesima bellezza che “abbagliava” Stendhal circa 200 anni fa. E l’eco della notizia è arrivata anche all’estero.

Il Real Teatro di San Carlo, più noto come Teatro San Carlo, teatro lirico della città di Napoli, è uno fra i maggiori del mondo, nonché un tassello imponente della cultura partenopea.

È fra i più antichi teatri d’opera europeo ancora attivi, essendo stato fondato nel 1737, nonché uno tra i più grandi teatri italiani. Riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità, può ospitare tremila spettatori e conta cinque ordini di palchi disposti a ferro di cavallo, più un ampio palco reale, un loggione ed un palcoscenico lungo circa trentacinque metri.

Tra i benefici dell’avvenuta ristrutturazione ritroviamo un impianto di climatizzazione nuovo di zecca, che finalmente renderà possibile assistere piacevolmente, e senza sofferenza alcuna per il caldo, agli eventi della stagione estiva, durante la quale, in passato, bisognava lasciare le porte aperte per la temperatura eccessivamente calda, rovinando, di conseguenza, la magia dell’esperienza.

Altra sfumatura positiva è che nonostante i tipici ritardi che caratterizzano l’esecuzione di opere del genere in Italia, e soprattutto a Napoli, e sebbene i templi dell’opera italiani siano spesso teatro di lotte fra direttori, un forte spirito di squadra al San Carlo ha fatto sì che la rinascita del teatro si realizzasse secondo i tempi e i costi previsti.

Si spera che tra le mille problematiche che affliggono la nostra bella città, questo possa essere uno sprono, un inizio di una serie di eventi positivi che aiuti a riportare in auge quella che è la vera cultura storica di questa città millenaria.

16
gen

Ammisca francesca

Alzi la mano chi di voi, napoletani, non ha mai usato l’espressione ammisca francesca.

Questa espressione viene utilizzata giù da noi per indicare, generalmente, un’accozzaglia di cose eterogenee; per esempio un’insalata fatta dei più disparati ingredienti, alla vista di un napoletano potrebbe risultare facilmente nell’esclamazione:

sta ‘nsalata è n’ammisca francesca!

L’espressione è anche usata per indicare la confusione nel riportare eventi o cose simili, mescolando insieme, magari, ricordi ed esperienze in realtà completamente non correlate l’un con le altre.

Ma da dove viene quest’espressione?

Una curiosona che io ben conosco, un paio di mesi or sono, se ne vien fuori con la domanda legittima, ma non certo comune, sull’origine di questa espressione. Ricerche, superficiali, non hanno portato comunque a granché.

Fino a che un nostro amico se ne vien fuori con una spiegazione che, sebbene non abbiamo modo di verificare, calza a pennello!

La Mêlée

La mêlée

La mêlée

La mêlée è un tipo di combattimento medievale, dalla caratteristica di essere completamente disorganizzato, e dove ognuno dei partecipanti combatte individualmente, per il suo solo bene, al fine di uscire vincitore da questo combattimento di gruppo.

Il termine francese usato per indicare questo tipo di combattimento, vuol dire letteralmente mischiata.

La Mischia Francese

La mêlée, dunque, indica una mischia confusionaria di combattenti. Con ragionevole probabilità, questo termine è stato poi esteso per indicare “mescolanze confusionarie” di vario genere, fino ad arrivare a noi come “mischia francese”, per poi diventare, causa le normali mutazioni a cui sottostanno le lingue nel corso dei secoli, ammisca francesca.

Però! Ha senso.

Come vedete, sebbene non abbia personalmente modo di verificare, né tanto meno l’amico di cui sopra ci abbia fornito di fonti bibliografiche verificabili, far risalire l’espressione napoletana di uso comune alla lontana mêlée francese ha perfettamente senso!

1
gen

Napoli e la terra d’Albione – Dinto fore

Eccoci alla seconda puntata della rubrica Napoli e la terra d’Albione. Stavolta abbiamo a che a fare con un’altra curiosa espressione: dinto fore.

In Napoletano tale espressione può essere usata in diversi contesti. Ad esempio, la frase

Saccio chistu libbro dinto fore

tradotta letteralmente in italiano sarebbe

Conosco questo libro dentro fuori

e starebbe ad indicare

Conosco questo libro alla perfezione

In Inglese questa espressione è usata allo stesso modo, tradotta come inside out

I know this book inside out

Meno frequente, ma comunque corretta, è l’utilizzo di espressioni tipo:

M’aggio miso ‘a cammisa chello ‘e dinto fore

che tradotta alla lettera in Italiano viene

Ho messo la camicia quello di dentro fuori

e sta ad indicare l’atto di indossare una camicia alla rovescia.

Anche qui, in Inglese si ha

I put the shirt on inside out

Ancora una volta, è incredibile notare come un’espressione così particolareggiata venga usata allo stesso modo, addirittura in due contesti diversi, in due lingue così lontane tra loro.

Alla prossima!

26
nov

Napoli e la terra d’Albione – Cade’ malato

Ed eccoci subito al primo articolo breve della nuova nata rubrica Napoli e la terra d’Albione.

Come preannunciato, molto di questa rubrica riguarderà similitudini di carattere linguistico tra l’Inglese e il Napoletano.

Oggetto di questo primo articolo è l’espressione cade’ malato. In Napoletano quando ci si ammala si usa tale espressione: so’ caduto malato, che, letteralmente, in italiano sarebbe sono caduto malato. Espressione ovviamente inesistente, e sostituita da mi sono ammalato.

Tuttavia, in inglese l’espressione to fall ill è usata spessissimo e comunemente, ed è la traduzione letterale dell’espressione napoletana in oggetto.

Impressionante come due lingue così distanti e diverse possano avere un’espressione tale in comune. C’è sicuramente una spiegazione da qualche parte, ma, ahimè, personalmente la ignoro. Ma la butto lì, dietro suggerimento di un amico: che sia per l’influenza dei Normanni a Napoli?

26
nov

Cosa succede e cosa non: novità e aggiornamenti

Ciao a tutti. Questo è per aggiornare tutti (e i pochi) visitatori di questo sito che i lavori qui non si sono affatto fermati. Purtroppo l’unico a curare questo sito per ora è il sottoscritto, che non ha proprio una quotidianità povera, per tanto le cose vanno un po’ a rilento.

Proprio per questo motivo, ho deciso di introdurre delle linee editoriali “parallele” alla principale che mi ero prefissato. Ovviamente il tutto resterà incentrato su Napoli, altrimenti il nome stesso di questo sito non avrebbe più alcun senso.

Linea editoriale attuale

Innanzitutto chiariamo qual è la linea editoriale originaria. È molto semplice, dato che non sono certo un giornalista o uno scrittore: scrivere degli articoli non banali e di una certo spessore su quello che è l’ecosistema napoletano. Lo svantaggio di portare avanti soltanto questa linea editoriale è, tuttavia, quello di finire con l’avere troppe bozze in ferme in coda per la pubblicazione, poiché in attesa di rifiniture e di conclusioni, in quanto ogni articolo finora ha mirato a essere auto-conclusivo, ovvero ad affrontare un tema, con un inizio e una fine ben precisi.

Prima novità: articoli a episodi

La prima nuova linea editoriale è in realtà soltanto una variante di quella principale. Siccome l’obiettivo rimane quello di affrontare un tema in maniera non banale e superficiale, quello che si vuole fare con questa variante editoriale è creare la possibilità di avere contenuti pubblicati più spesso, tramite la strutturazione di un articolo in più episodi, che verranno poi pubblicati a puntate.

Curiosità et similia

La seconda novità è l’introduzione di articoli brevi, che però abbiano senso di esistere in questa forma. Ad esempio, curiosità o brevi pareri/opinioni/commenti su determinati temi o fatti. La prima creatura figlia di questa nuova linea editoriale sarà la rubrica: Napoli e la terra d’Albione.

Napoli e la terra d’Albione

La terra di Albione, per chi non lo sapesse, è il Regno Unito, dove da qualche tempo il sottoscritto vive. L’idea di questa rubrica nasce inizialmente dalla mia passione per lingue, linguaggi, idiomi e dialetti vari, e la mia enorme curiosità in materia, sempre pronto a notare e scrutare analogie tra le varie lingue (laddove la mia, purtroppo dilettantesca, preparazione me lo permetta).
Più il tempo passa e più continuo a notare similitudini sorprendenti, in determinate forme o espressioni, tra la lingua inglese e il Napoletano. Finora le ho sempre fatte scivolare via, notandole, ma poi dimenticandole. Da un po’ ho iniziato ad annotarle (ancora poche, ma aumenteranno certamente), e da qui l’idea di questa rubrica. Tuttavia ho deciso di lasciare alla rubrica un taglio più generico qualora — ed è capitato — mi imbatta anche in altri tipi di similitudini, ad esempio di carattere culturale.