Diarium Neminis

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Italiano, parole straniere e spocchiosa ignoranza

 

Tutti sappiamo che nella lingua italiana c’è un abuso dell’utilizzo delle parole straniere, quelle inglesi soprattutto. Questo non perché non ci siano corrispettivi in italiano, ma perché l’italiano medio è convinto che usare termini inglesi a iosa (ma soprattutto a caso) faccia figo. Ed esser figo è una cosa essenziale per un italiano.

Ad ogni modo, seppur io la pensi diversamente, in questo post voglio parlare di un altro aspetto.

Tra tutti quelli che usano i termini inglesi, ci sono quelli “colti”. Quelli che loro sanno. Quelli che non li puoi contraddire. Fin quando non li sottoponi a epocale figura di merda pubblica.

Parlo di quelle persone a cui senti pronunciare “un mail” invece di “una mail” quando parlano di posta elettronica, “il playstation” invece di “la playstation”, etc. Sono le stesse che ti vengono a fare la lezioncina quando ti sentono pronunciare “una mail” e, con fare spocchioso e il sorrisino sulle labbra, ti dicono: «Un mail. Saprai, vero, che le parole straniere vanno usate sempre al maschile e indeclinate?» I più “sommi” aggiungono anche: «L’accademia della crusca docet.»

Beh, non so voi, ma a me hanno insegnato che prima di citare qualcosa o qualcuno, bisogna sapere di cosa si sta parlando. La regola sull’indeclinabilità è giusta (anche se…). Purtroppo per voi quella sul “maschile” è errata. Citando la famosa accademia di cui sopra

La questione del genere dei nomi stranieri che entrano nella nostra comunicazione corrente segue una regola apparentemente semplice: attribuire il genere che ha la parola corrispondente in italiano, per cui, ad esempio “la hall” (in italiano “sala”), “la mail” (in italiano “la posta”), “il manager” (in italiano “l’uomo d’affari”), ecc. o che ha originariamente nella lingua d’origine (per le lingue come l’italiano che attribuiscono il genere ai sostantivi).

Del resto, mi sembra la regola più naturale per non rendere “brutte all’orecchio” le frasi con vocaboli stranieri. Sentire infatti “Mandami un mail” è di una bruttura unica, poiché inconsciamente sappiamo che la posta è femminile (nella nostra lingua) e vederci un articolo maschile davanti è una specie di cazzotto in faccia.

La spocchiosa ignoranza è una “malattia” sempre più diffusa. Dove sono i colti di una volta?

PS: altre letture “simpatiche”.

Categorie: Italia, Lingue, Personale

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11 Commenti

  1. Tendo ad essere d’accordo (io uso il femminile), tuttavia il problema è stranamente ricorsivo.

    Se una parola straniera ha il corrispettivo italiano, sarebbe preferibile usare proprio la parola italiana. Se una parola straniera non ha corrispettivo nella nostra lingua, allora l’attribuzione di un genere diventa arbitraria.

    Ad esempio “sport” è una parola che non ha corrispettivi in italiano (e se li ha in forma di locuzione sono femminili: attività fisica, pratica agonistica, ecc.).

    L’uso del termine inglese “mail” è del tutto incomprensibile nella lingua italiana. Prima di tutto “mail” significa “posta”, e in italiano non diciamo mai “mandami una posta”, diciamo mandami una “lettera”.

    Se volessimo usare il termine “mail” in italiano dovremmo dire “stamattina alla mail sono stato in coda tre ore”. E in effetti, nel brano che citi, si usa il termine nel modo corretto, indicando il “sistema di posta” (maschile) che in italiano siamo soliti chiamiare semplicemente “posta” (femminile), e per il quale non avremmo bisogno alcuno di importare termini stranieri.

    Quando diciamo “mandami un’email” (con o senza accento) secondo me stiamo sbagliando in ogni caso.
    Se però accetti di usare il termine email per dire “mandami *un messaggio* di posta elettronica”, allora l’apostrofo andrebbe tolto, seguendo la prescrizione dell’accademia.

    In ogni caso, secondo me l’uso stesso del termine email denota una scarsa cultura dell’informatica, tipicamente italiana, che ci impedisce di creare neologismi “autoctoni”. Nessuno ci impedisce di dire: “controllo la posta elettronica, vedo se ci sono nuovi messaggi”, piuttosto che: “controllo la email, vedo se ci sono nuovi email”.

    Minchia, ma quanto ho scritto?

  2. Eh, ma prima della grammatica viene l’ortografia, hai segnalato a quegli “integralisti” della crusca che hanno scritto crusca con la ‘V’? …sbonk X|

    Commento “a schiovere”, lo so, e mi diverto pure…

    Saluti, ao

  3. Vorrei solo aggiungere un piccolo dettaglio al discorso che, sostanzialmente, mi trova d’accordo (io stesso spesso mi diverto ad usare termini inglese li’ dove ben conosco il corrispettivo italiano: a volte fa solo semplicemente ridere, o, in questa fase di continuo apprendimento in cui mi trovo, e’ la mente che partorisce il termine in inglese. Penso che sia capitato a chiunque abbia intrapreso l’apprendimento di una lingua “sul campo”).

    Il termine “mail” e’ da evitare. Evitare SEMPRE. Perche’? Perche’ e’ evidente che quando qualcuno dice “un/una mail”, non intende una “lettera postale”, bensi una “email”. Quindi, il discorso sarebbe “o usi il termine un/una email (e qui il discorso di Nemo si ripropone), o usi posta elettronica”. Comprensibile e condivisibile e’ pero’ l’esigenza della “velocita’”: questo e’ ormai un fattore fondamentale nell’evoluzione (involuzione?) del linguaggio (italiano e non).

    Personalmente mi sento di sostenere che “email” e’ “MEGLIO” di “posta elettronica”. Quindi, la prossima volta che qualcuno vi corregge usando “mail”, consiglio di rispondere per le rime “penso che una Email sia piu’ veloce di una lettera recapitata da un postino…”. ;)

  4. @H_seldon: se parlassi con la prof. Festa, sentiresti la frase “mandami una posta” molto spesso :D Tornando seri, è vero quello che dici, ma voglio spezzare una lancia a favore dell’espressione mandami una posta. Noi usiamo tranquillamente espressioni come “c’è posta per te”, “è arrivata posta”, “non c’è posta”, “la posta è sempre in ritardo”, usando il termine posta con una diversa e più ampia accezione che è quella di “qualsiasi cosa mi possa arrivare nella cassetta delle lettere”. Ora se io uso l’espressione “mi è arrivata posta”, questa posta l’avrà pure inviata qualcuno, no? Quindi per me “inviami una posta” potrebbe anche passare, anche se in realtà negli altri casi “posta” viene usata senza alcuna quantificazione, quindi più corretto sarebbe “inviami della posta”.

    Volendo fare un discorso diverso e aborrire la frase “mandami una posta”, direi che email (e non mail, come giustamente dice Detro), direi che l’accezione più vicina a email nella frase “mandami una email” è quella di “lettera”. Segue che il femminile torna ad andare bene.

    Sul discorso di usare “email” per indicare un “email message”, non è una novità, né della nostra lingua né di quella straniera (anche gli inglesi/americani usano spesso email per indicare il messaggio di posta e non il servizio di posta elettronica). Spesso si estende il significato di alcuni termini per indicare cose comunque inerenti al termine iniziale. Purtroppo al momento non mi sovvengono esempi.

    Resta il punto: perché sparare che si usa sempre il maschile e che l’ha detto l’Accademia della Crusca, quando quest’ultima ha detto una cosa del tutto diversa? L’aggravante è che queste persone “erudite” spesso si fidano ciecamente le une delle altre, e non verificano le affermazioni reciproche, contribuendo a diffondere un messaggio sbagliato camuffato da autorevole.

    @ao: hai ragione! ora gliene canto quattro -_-

    @Detro: purtroppo non è il solo caso. Spesso, una volta acquisiti termini stranieri, iniziamo anche a storpiarli.

  5. @Nemo
    Ribadisco che mi trovi d’accordo sul senso del post e sulla spocchiosità di chi ti richiama senza sapere di cosa sta parlando.

    Rimango dell’idea che inventiamo neologismi privi di significato per pigrizia linguistica e culturale (i francesi, per quanto esagerati, sarebbero un esempio da seguire). Email, o mail, nell’uso che ne facciamo è, imho, una storpiatura tanto dell’inglese che dell’italiano (come quando sento dire “deployare un servizio”, qualcuno addirittura “ti sendo un messaggio”).

    Non ho l’oxford sotto mano, ma sul merriam-webster “online” :D indica chiaramente che e-mail sta per:

    1) il sistema di scambio elettronico dei messaggi (uncountable)
    2) l’insieme dei messaggi che invii e ricevi tramite tale sistema (uncountable)

    In ambito non elettronico anche noi usiamo un nome collettivo… “posta” (mandamelo per posta, ho ricevuto molta posta, come giustamente hai scritto)

    3) “an e-mail *message*” (countable), cioè un *messaggio* di posta elettronica, e non una *lettera* di posta.

    Poi è chiaro, che ci possono essere diverse interpretazioni, ma queste interpretazioni, imho, sono tutte forzature sia dell’italiano che dell’inglese, e conducono a conclusioni ortogonali.

  6. Sulla storia dei francesi mi trovi quasi d’accordo. Uno dei pochi aspetti in cui sono più nazionalista. Ma anche l’esempio spagnolo non è da meno. La propria lingua è parte della propria cultura. Va bene l’integrazione con le altre lingue, ma l’abuso e il sopruso è totalmente fuori luogo. Esempi come quelli che hai citato tu li sento sempre più spesso nel parlato e in giro per internet se ne trovano a bizzeffe. Che cavolo dici “ti sendo” se puoi dire “ti invio”. Allo stesso modo odio vocaboli come “uppare”, “downlaodare” (odioso pure da scrivere). Ma quello più odioso di tutti è “codare” da “coding”, usato in luogo di “programmare”/”sviluppare” (codice).

  7. A riguardo dell’uso di parole estere in italiano, riflettevo oggi (seriamente stavolta) sull’uso che ne faccio io, ed ho notato che seguo piu’ o meno questa tendenza a seconda anche dell’_interlocutore_.

    Parlando con tono informale mi viene facile usare qualche parola estera, per indicare un messaggio di posta elettronica uso “un’email” e trovo che vada bene, e’ efficace (e non semplicemente veloce, detro), ed e’ _convenzionale_, anzi forse e’ efficace _proprio_perche’_convenzionale_. Potreste sentirmi dire perfino “ti mando una mela” con un ghigno cretino, e capireste ugualmente cosa intendo.

    Se mi trovo in un contesto piu’ formale cerco di limitare il piu’ possibile queste non-traduzioni facili, ricorro piu’ frequentemente a formule tipo “la contatto per posta elettronica” meno amichevole ma altrettanto efficace. In alcune lingue (coreano… o giapponese per quel poco che ne so) diversi gradi di formalita’ impongono in modo rigido differenze lessicali e sintattiche, da noi non e’ cosi’ ma un po’ di attenzione non guasta.

    In “input” mi trovo invece molto piu’ tollerante, non mi arrabbio tantissimo nel sentire storpiature, mi sposto pero’ a morte nel _leggerele_, ch’aggia fa’.

    A riguardo del genere, beh, usare il genere del termine corrispettivo italiano e’ comunque la norma piu’ sensata; Nemo dice per non rendere “brutte all’orecchioâ€? le frasi, da qua possiamo andare fuori tame fino ad arrivare ad un capitolo pietoso sulle _parole_ nella lingua parlata italiana: ‘La dizione’, aspetto una /pubblicazione/ (un post, nd.n-t) :) anche su questo. Anche se potrebbe risvegliarsi il piccolo nazista che e’ in me. Prima della ortografia viene la dizione, prima della dizione viene la fonetica, prima della fonetica viene la respirazione… uagliu’ qua non sappiamo respirare e parliamo di grammatica? :)

    Scusate il ‘papiello’ (un ispanismo?)

    Bye,
    ao

  8. OT: scusate anche per la tastiera americana…
    Con questa aria anche gli accenti vengono messi al microscopio :)

  9. @ao: E non devi starci attento solo un po’, ma di più! ;)

  10. Maledetta pigrizia!…unita ad una proverbiale mancanza di nazionalismo che, negli italiani, viene fuori solo quando si parla di calcio. Allora sì che fanno gli italiani!
    La nostra cara e bellissima lingua ha più che mai bisogno di cura, e viene da piangere se si pensa che un’istituzione come l’Accademia della Crusca, che dovrebbe tutelare la lingua italiana (la Real Academia Espanola non fa altro dalla sua fondazione!-perdonate la mancanza della tilde-), si metta a regolare l’uso di quella straniera.I termini italiani ci sono e vanno usati. Posta elettronica è troppo lungo? Usiamo le sigle! Ne usiamo a bizzeffe ogni giorno, come sms, possiamo coniare una “pe”. “Ti invio il documento tramite p.e.” Ancor più sintetica del termine email. Questo è un esempio, un suggerimento o un piccolo sforzo per mantenere integra la nostra identità di popolo. Ma quante altre lingue al mondo regalano possibilità lessicali e grammaticali tanto ampie ed esaustive come fa l’italiano?

  11. Perfettamente d’accordo. Lavorando e studiando in un campo dominato dalla lingua inglese spesso mi trovo a cospetto di gente che si sente stranita di alcuni termini tradotti in italiano. E si giustificano con un semplice “suona male/ridicolo/strano”. Basti pensare al classico esempio di mouse, che noi usiamo non tradotto. Ma perché a noi “topo” dovrebbe suonare più strano di come “mouse” suoni a un inglese? Fortuna che qualcuno che apprezza le traduzioni ancora c’è. La prof. Corazza, la mia relatrice, quando le portai le prime slide sulle Support Vector Machines con li termine tradotto in italiano “Macchine a vettori di supporto”, fu più che contenta.

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