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Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile. Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea.
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Tutti sappiamo che nella lingua italiana c’è un abuso dell’utilizzo delle parole straniere, quelle inglesi soprattutto. Questo non perché non ci siano corrispettivi in italiano, ma perché l’italiano medio è convinto che usare termini inglesi a iosa (ma soprattutto a caso) faccia figo. Ed esser figo è una cosa essenziale per un italiano.
Ad ogni modo, seppur io la pensi diversamente, in questo post voglio parlare di un altro aspetto.
Tra tutti quelli che usano i termini inglesi, ci sono quelli “colti”. Quelli che loro sanno. Quelli che non li puoi contraddire. Fin quando non li sottoponi a epocale figura di merda pubblica.
Parlo di quelle persone a cui senti pronunciare “un mail” invece di “una mail” quando parlano di posta elettronica, “il playstation” invece di “la playstation”, etc. Sono le stesse che ti vengono a fare la lezioncina quando ti sentono pronunciare “una mail” e, con fare spocchioso e il sorrisino sulle labbra, ti dicono: «Un mail. Saprai, vero, che le parole straniere vanno usate sempre al maschile e indeclinate?» I più “sommi” aggiungono anche: «L’accademia della crusca docet.»
Beh, non so voi, ma a me hanno insegnato che prima di citare qualcosa o qualcuno, bisogna sapere di cosa si sta parlando. La regola sull’indeclinabilità è giusta (anche se…). Purtroppo per voi quella sul “maschile” è errata. Citando la famosa accademia di cui sopra
La questione del genere dei nomi stranieri che entrano nella nostra comunicazione corrente segue una regola apparentemente semplice: attribuire il genere che ha la parola corrispondente in italiano, per cui, ad esempio “la hall” (in italiano “sala”), “la mail” (in italiano “la posta”), “il manager” (in italiano “l’uomo d’affari”), ecc. o che ha originariamente nella lingua d’origine (per le lingue come l’italiano che attribuiscono il genere ai sostantivi).
Del resto, mi sembra la regola più naturale per non rendere “brutte all’orecchio” le frasi con vocaboli stranieri. Sentire infatti “Mandami un mail” è di una bruttura unica, poiché inconsciamente sappiamo che la posta è femminile (nella nostra lingua) e vederci un articolo maschile davanti è una specie di cazzotto in faccia.
La spocchiosa ignoranza è una “malattia” sempre più diffusa. Dove sono i colti di una volta?
PS: altre letture “simpatiche”.
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Ancora ricordo il supplente della professoressa di italiano del primo anno all’ITIS quando a momenti lapidava un mio compagno di classe per aver scritto alla lavagna il famoso “po con l’accento” (che bello sarebbe se lo facessero tutti gli insegnanti) e io che sghignazzavo seduto al mio banco. Perché?
Beh, da sempre perseguo una battaglia personale contro la scrittura del famoso “po con l’accento”, ovvero pò. La forma corretta, che tutti si ostinano a ignorare, denigrare, dimenticare, è po’, con l’apostrofo e non con quel dannato accento.
Il troncamento (o apocope) di poco, infatti, è tra i pochi troncamenti italiani che vuole l’apostrofo finale. Ciò però non giustifica in alcun modo l’uso dell’accento in luogo dell’apostrofo; al massimo si potrebbe chiudere mezzo occhio per la dimenticanza dell’apostrofo a chi applica troppo rigidamente la regola del troncamento, dimenticando le eccezioni (sono pronto a scommettere che non esistono personaggi simili…).
L’uso della forma scorretta pò in luogo di quella corretta po’ è di una frequenza disarmante. Praticamente ovunque. Manca solo che la usino nei libri e nelle testate giornalistiche (su qualcuna – scadente – online è capitato già -_-).
Addirittura il network di Blogo.it vanta una folta schiera di blogger che riescono a scrivere “pò” più volte nella stessa frase senza provocare l’implosione dell’universo. E che cavolo, sembrano che li reclutino appositamente per il loro non saper scrivere (perché vi giuro che “pò” è l’errore più leggero che ho potuto leggere nei vari blog di quel network…). E in giro per il web la percentuale di siti e blog personali che scrive pò è davvero alta.
Si raggiunge poi il culmine quando vedo persone scrivere il nome del fiume Po con l’accento finale. Lì mi cadono le braccia con tutte le spalle annesse. In linguistica (fonetica e fonologia), l’accento è la proprietà che contraddistingue quelle sillabe che, all’interno di parole o di gruppi di parole, hanno una pronuncia più rilevata e più evidente in confronto con le altre sillabe. Se una parola, come Po, è monosillaba, mi spiegate a che diavolo servirebbe1 mai mettere l’accento?
Comunque sappiate, voi deturpatori dell’apocope di poco, che vi odio un pò.
1 Tranne ovviamente le solite eccezioni (come lì e là, che portano l’accento per distinguerli, rispettivamente, dal pronome personale li e dall’articolo determinativo la).