Posts Tagged ‘italiano’
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Kalinifta (sopra riportata nella versione interpretata dagli Après La Classe) è un canzone popolare del Salento, scritta da Vito Domenico Palumbo, famoso ellenista.
Kalinifta, che significa Buonanotte, è solo una delle liriche che Palumbo scrisse nella variante salentina del Griko, nome con il quale si indica il gruppo dei dialetti parlati nella Grecìa Salentina e nella Bovesìa, direttamente discendenti dalla lingua Greca, e ancora parzialmente intellegibili col Greco moderno.
Molto affascinante la presenza di queste lingue nel profondo Sud Italia, lingue che conservano più di 3000 anni di storia nei loro suoni. Significativa, direi, una citazione di Domenicano Tondi:
Greci siamo, ma da tremila anni in Italia stiamo…greco parliamo, ma non perché siamo stranieri, ma perché siamo la più vecchia gente del luogo.
PS: per dovere di cronaca, anche se questo pezzo è conosciuto come Kalinifta, il titolo originale è Matinata, che però non significa “mattinata”, ma “serenata”.
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Ecco l’ennesimo: consistently. Direste consistentemente, ma è in realtà costantemente. L’ennesima parola latina di cui hanno sputtanato il significato, ti pareva
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Questa parola, non più nei dizionari moderni, fu coniata da Dante, come esempio di una parola che da sola forma un endecasillabo. È stata la parola italiana più lunga (anche, di una sola lettera, più di precipitevolissimevolmente) finché Anacleto Bendazzi non fece uso di anticostituzionalissimamente.
Ad ogni modo, sia la prima che l’ultima non appaiono più nei moderni dizionari, lasciando il primato di più lunga parola italiana alla più famosa precipitevolissimevolmente.
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Vedere tentativi di correzioni di italiano da parte di chi non mette la stessa attenzione quando scrive i propri articoli ha un non so che di ilare.
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Oggi sono in vena delle mie adorate critiche a chi scrive con i piedi. Dopo l’articolo precedente, ecco seguire a stretto giro un altro breve articolo per evidenziare l’uso improprio della nostra cara lingua da parte, ancora una volta, di giornalisti professionisti di Repubblica.it.
La frase incriminata è in quest’articolo, ed è in realtà parte della frase che ho citato in questo mio articolo. L’altro giorno non ero in vena, quindi ho semplicemente corretto l’errore mentre riportavo la frase.
Ma vediamo dov’è questo errore. La frase originale è
Berlusconi non è una persona, è un attore che interpreta se stesso 24 ore su 24 davanti alle telecamere.
Quella giusta è
Berlusconi non è una persona, è un attore che interpreta sé stesso 24 ore su 24 davanti alle telecamere.
Usare il “se” ipotetico invece del “sé” pronome personale riflessivo: due piccole parole, ma dal significato enormemente differente. Ciucci.
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Quest’articolo mi riporta alla mente l’eterno problema dell’italianizzazione di parole inglesi di cui abbiamo già, in realtà, il corrispettivo italiano. Ammetto che, causa l’abuso linguistico fatto da riviste specializzate e letteratura tecnica di vario tipo, io stesso sono incappato e ancora incappo in questi tranelli che mi portano a farmi le cazziate da solo. Più in passato che adesso: parlando tutti i giorni in inglese, tendo a rivalorizzare l’italiano molto più di quanto facessi prima.
Ce ne sono tanti di questi termini, ma parliamo di quello in oggetto: la renderizzazione, che sarebbe la versione italiana dell’inglese rendering, dal verbo to render. Cosa significherà mai questo verbo? Sarà davvero talmente complesso da doverlo italianizzare?
Eppure ricordavo che in italiano il verbo rendere esistesse eccome.
Sicché
motore di rendering
diventa facilmente
motore di resa
con significato piuttosto chiaro. Dopotutto un motore di resa non è altro che un artefatto che interpreta un linguaggio atto a descrivere un oggetto e rende la sua versione “visiva” all’utente finale.
Anche la frase nell’articolo citato sopra
il nuovo iPhone 3GS è molto più veloce del proprio predecessore nella renderizzazione del JavaScript
diventa molto più decente se scriviamo
il nuovo iPhone 3GS è molto più veloce del proprio predecessore nella resa di JavaScript
Così facendo, la frase risulta non solo corretta e comunque chiara, ma anche decisamente più comprensibile a una persona che non sa cosa diavolo sia un “rendering”.
PS: noterete che mi sono anche preso la libertà di cambiare “del” in “di”, dal momento che usare una preposizione articolata (così come articoli determinativi) davanti a un nome proprio (in questo caso di un linguaggio di programmazione), è scorretto. Ma questo è un altro paio di maniche.
PPS: alcuni di voi lì fuori si renderanno anche conto che la frase, anche dopo le varie correzioni, non ha il minimo senso, poiché Javascript non viene reso, ma eseguito, essendo un linguaggio di programmazione e non di “descrizione” (come lo è HTML)
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Per l’amor del cielo!, ma ci siete andati a scuola?
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Dopo aver in passato giustamente infierito contro blogger ignoranti in materia di lingua italiana, mi sembra più che giusto inveire anche contro i giornalisti di professione, soprattutto se uno di questi lavora per uno dei maggiori quotidiani nazionali e mi piazza in prima pagina (quando l’ho letto) un bel “All’Aquila“! Vergognati, ciuccio!
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È un po’ che non inveisco, per il solo piacere di farlo, contro le dubbie capacità linguistiche dei tanti “blogger professionisti” che ci sono in giro. In passato — e chi mi legge da tempo lo sa — ho spesso messo in evidenza la scarsa conoscenza della lingua italiana degli allora blogger del network blogo.it. Network che ho sapientemente smesso di seguire, ragion per cui non avete più visto articoli atti a schernirli.
Purtroppo loro non sono i soli. E sebbene passi tranquillamente sopra agli errori di coloro che sono blogger a tempo perso (anche se chi scrive male mi urta i nervi comunque), da sempre non tollero che coloro che scrivono per “blog professionali” (ovvero quei blog che alle spalle hanno una seppur minima struttura commerciale), lo facciano male.
In questa categoria di blog è facile notare come gli articolisti farciscano i loro testi di paroloni e frasi inutilmente arzigogolate, col chiaro intento di sembrare “professionisti”, ma col risultato scontato di sembrare ridicoli, poiché abusare — e male — della propria lingua non fa di te un professionista, ma un buffone.
L’ultima simpatica chicca arriva da un articolo di The Apple Lounge, blog italiano che ruota intorno al mondo Apple. Il 90% delle volte i loro articoli non li leggo affatto: sono prolissi, scritti da far venire i mal di testa e abusano del grassetto (probabilmente dietro istruzioni di qualche “esperto” SEO). Però sono una buona sorgente di notizie (che regolarmente leggo dalle loro fonti).
La frase incriminata (probabilmente ce ne saranno altre, ma mi son fermato a questa) è
requisito fondamentale, ma non obbligatorio, è avere accesso ad una connessione Wi-Fi
Leggendo la frase sopra, il primo cazzotto negli occhi arriva dal contrasto tra “fondamentale” e “non obbligatorio”. Ma la situazione è ben peggiore. Essendo la parola “requisito” così definita
s. m. qualità, dote o condizione necessaria per poter accedere o aspirare a una carica, sostenere un esame e sim. [via Garzanti]
ed avendo la parola “necessario” i seguenti sinonimi
agg. Sin. essenziale, fondamentale, obbligatorio, doveroso, inevitabile, inderogabile [via Garzanti]
è ben chiaro come non possa assolutamente esistere un requisito che sia “non obbligatorio”, poiché risulterebbe in una contraddizione in termini.